Stampa questa pagina XXIV Domenica del Tempo Ordinario
 
Pubblicata in data 13.9.2010

Comunità in Cammino …

foglio di informazione settimanale Parrocchia Santa Lucia V. e M.

Cava de’ Tirreni (SA) - Diocesi di Amalfi - Cava de’ Tirreni

 

Anno Pastorale 2010 - 2011

 

DOMENICA 12 Settembre 2010 XXIV T.O.

 

Anno C - III settimana del Salterio

 

«Chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» 

 


Breve lettera del Parroco

 

I credenti vivono l’esperienza del perdono di Dio, l’unica che può cambiarci radicalmente dall’interno. La preghiera ne dà testimonianza: sa che Dio è per la vita, non vuole la morte del peccatore. Nel riconoscere i nostri peccati lasciamo da parte la nostra autosufficienza e confessiamo la necessità di Dio nella nostra vita. Nel rendergli grazie affermiamo la gratuità assoluta della sua misericordia e un credito di vita inesauribile.
Chi è Dio? A questa domanda risponde la Liturgia della Parola di questa XXIV Domenica “per annum”, che ci presenta la pagina della “grande” Parabola della Misericordia. E' una pagina della Bibbia davvero molto bella, che si presta ad innumerevoli riflessioni. E' una pagina molto apprezzata anche da uomini e donne di altre confessione religiose. Spesso noi cristiani facciamo della Bibbia, e di questa pagina in particolare, una raccolta di precetti morali, dove all'uomo viene presentato un pacchetto di “cose” che si possono o che non si possono fare. Ma la Bibbia non è un libro di morale, non è un libro di storia, di geografia, di scienze, di diritto, ecc. La Bibbia è la Parola d'Amore che Dio rivolge all'uomo per chiamarlo alla comunione ed alla felicità che non ha fine; ciò avviene mediante il progressivo rivelarsi di Dio nella Storia della Salvezza, dove Egli, mediante una pedagogia “tutta sua”, ci rende partecipi del suo Mistero di Amore. E, se volessimo scegliere in tutta la Bibbia un brano che ci aiuti a conoscere Dio ed il suo progetto su di noi, certamente questo potrebbe essere la pagina odierna del Vangelo, la Parabola della Misericordia.
Chi è Dio? Gesù risponde a questa domanda (che non gli hanno posto!) attraverso il racconto dei tre episodi della Parabola mentre si trova davanti un uditorio un po’ particolare: pubblicani e peccatori, quindi, gli ultimi, i più emarginati dai benpensanti; e i farisei e gli scribi, ovvero coloro che sanno, o meglio, credono di sapere tutto su Dio, su chi è Dio.
L’amore di Dio verso gli uomini è così gratuito che non possiamo pretendere di averne diritto: è talmente assoluto che non possiamo mai dire che ci venga a mancare. L’amore umano, al contrario, è così limitato e chiuso dal nostro egoismo, si spinge così raramente oltre la stretta giustizia o fuori della severità moraleggiante, che noi immaginiamo facilmente un Dio vendicatore ed una religione basata sul timore. Chi di noi sa ancora che la “grazia” che egli chiede a Dio significa “tenerezza” di Dio e “pietà” per il peccatore? Soltanto uno studio attento della Parola di Dio può aiutarci a prendere coscienza del significato della misericordia indefettibile di Dio. Gli Ebrei usavano il termine hesed per indicare l’amore misericordioso di Dio verso il popolo. Questo termine indica la benevolenza, la solidarietà, l’amore vicendevole che deve esistere tra i membri di una stessa famiglia o di una società, disposti ad aiutarsi tra di loro con amore e generosità. Dio manifesta questa benevolenza, innanzi tutto, scegliendo Israele come suo popolo; prescindendo dai suoi meriti, stabilisce con esso un patto di fedeltà e di amore (Dt 7,7-15).


Riflessione sulla Parola di Dio

 

Il Capitolo 15 del Vangelo di Luca ci presenta tre parabole sul tema della misericordia. La prima ci descrive una situazione di perdita materiale fuori casa: una pecora viene smarrita e poi ritrovata da un pastore nel deserto. La seconda ci racconta un episodio di perdita materiale in casa: una moneta viene smarrita e poi ritrovata da una donna nella sua abitazione. La terza è come una sintesi delle due precedenti e ci racconta in contemporanea la storia di due persone che si perdono spiritualmente: una fuori casa (il figliol prodigo) l’altra in casa (il fratello maggiore).

Questa parabola, la terza del Capitolo 15 di Luca, comunemente detta del figliol prodigo, ci consente di riflettere sul tema della misericordia e ci aiuta a rispondere a sette punti importanti.

Come comportarci davanti ai peccati altrui

All’inizio del Capitolo 15 si dice: “I farisei e i gli scribi mormoravano dicendo: costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. La traduzione CEI prosegue così: “Allora egli disse loro questa parabola…”. Quella parola “allora” è importante: la grammatica ci dice che si tratta di una congiunzione, che implica una conseguenza. Potremmo tradurre: “In conseguenza di queste mormorazioni, Gesù disse loro questa parabola”. Lo scopo della parabola del figliol prodigo è quindi di mandare un messaggio a coloro che si ritengono giusti e giudicano gli altri. L’intenzione che muove Gesù a raccontarla è di dare una lezione a chi giudica i peccati degli altri: il titolo della parabola, secondo quanto detto, dovrebbe essere: “Parabola del figlio maggiore che si riteneva giusto e condannava suo fratello”. Quante volte questo accade anche a noi: approfittiamo degli errori altrui, per cercare di trarne vantaggio personale. Non siamo come Mosè, che davanti all’errore altrui fa il contrario: intercede. Non siamo come Gesù, che davanti agli errori di Paolo (“bestemmiatore, persecutore, violento”) lo rende forte, gli rinnova la fiducia, lo chiama al ministero. Ricordiamoci il detto dei Padri del deserto: “Se il tuo fratello pecca, coprilo con il manto della tua misericordia!”

Come fare con chi ci vorrebbe morti

Chiedere l’eredità al padre, mentre è ancora vivo, è il più grande atto di mancanza di rispetto possibile, nel mondo semitico. Equivale ad augurargli la morte. La richiesta del figliol prodigo equivale a una dichiarazione di morte: “Padre, non ho tempo di aspettare che tu crepi: voglio ora i tuoi soldi”. Chi di noi, se avesse la possibilità di sapere in anticipo che il figlio, generato e curato con tanti sacrifici, desidererà un giorno la nostra morte, accetterebbe di metterlo ugualmente al mondo? Eppure Dio sapeva che noi ci saremmo comportati così, e ci ha dato la vita lo stesso. Oltre a questo, ha mandato il suo unico Figlio, ciò che di più prezioso aveva, per salvarci. La parabola ci dice che il Padre celeste, pur conoscendo che avremmo peccato, ci ha dato la vita e ci ha salvati per amore, gratuitamente. Alla mancanza di amore e rispetto, alla grettezza, all’insensibilità, all’odio – ci dice la parabola – si risponde con l’amore. “L'odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all'odio con l'odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell'odio stesso” (Mahatma Gandhi).

Come affrontare la solitudine dell’abbandono

“Un uomo aveva due figli”. È strana la presenza di questo padre solo. In tutta questa parabola mai si cita una presenza femminile: resta un punto interrogativo e la sensazione di trovarci davanti a un padre solo. È un padre solo che accetta, per amore, di diventare ancora più solo. Il tema dell’amore come capacità di lasciare liberi, rompendo i vincoli della possessività è molto presente anche nell’arte e nel mondo della canzone. La parabola sembra dirci che amare significa lasciare liberi, anche rischiando la solitudine profonda. “

Come capire che siamo sulla via sbagliata

Il figliol prodigo parte per un paese lontano e sperpera tutto vivendo da dissoluto: ad un certo punto inizia a trovarsi nel bisogno. Ci risulta difficile immaginare che questo ragazzo non avesse la possibilità di prendersi da sé le carrube. Certamente avrebbe potuto farlo, di nascosto. È interessante il dettaglio: “Nessuno gli dava nulla”.

Comincia in questo giovane una crisi, determinata da una mancanza di amore; prima che di un bisogno fisico, si tratta di un bisogno umano: renderci conto che non c’è nessuno che si prenda cura di noi, che ci prepari da mangiare, che ci ami davvero. L’amore ricevuto a casa, inizia a creare la sensazione della nostalgia: il confronto fa nascere il malessere. Questo giovane inizia a capire che c’è qualcosa che non va: ha intessuto una rete di relazioni priva di amore. Si è messo nella condizione di non amare e di non accogliere più amore. Ecco un criterio per capire se c’è qualcosa che non va: la resistenza alla capacità di ricevere amore è come una spia d’allarme.

Come distinguere il pentimento vero da quello falso

“Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre…”. Il giovane decide di tornare a casa, spinto da una situazione di bisogno estremo: nessun accenno alla propria grettezza, al peccato commesso, al padre abbandonato. Egli continua a vedere solo se stesso. Il peccato diventa tale, per noi, solamente quando ne sperimentiamo le conseguenze sulla nostra pelle. Solo quando le conseguenze dei nostri comportamenti errati si trasformano in qualcosa che tocca noi stessi, allora una nostra azione cominciamo a sentirla come peccato.

È un pentimento per convenienza, perché si basa solo sulla visione di se stessi e del proprio bene futuro, ma è un timido inizio, una conseguenza di quel “allora rientrò in se stesso”. Il pentimento vero, invece, è quello che guarda a Dio e al fratello

Tuttavia quello del figliol prodigo è un timido inizio, qualcosa che lo mette in movimento: “Si alzò e tornò da suo padre”.

Anche a noi può accadere questo: l’inizio di un cambiamento di vita è determinato dall’aver toccato con mano che un certo comportamento ha per noi conseguente negative.

Come capire se qualcuno ci ama davvero

“Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ne ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. Questi sei verbi ci dicono tutto sull’amore vero. Vedere una persona quando è ancora lontana, significa che si era in attesa di lei, da tempo. Provare compassione vuol dire che non si pensa più al passato, all’affronto subìto, a chi ha ragione o torto, ma si è disposti ad aprire il cuore e a pensare al suo dolore, senza giudicare. Correre incontro all’altro è un fare il fatidico “primo passo”, è offrire la mano gratuitamente. Gettarsi al collo, abbracciando una persona, è nella Bibbia un gesto di amore profondo: così fa Giuseppe con Beniamino (Gen 45,14), Tobi con il figlio (Tob 11,13), gli anziani di Efeso con Paolo (At 20,37). Nella Bibbia il bacio viene scambiato in 46 occasioni. Questo, però, è forse il più famoso di tutti. “Il bacio è qualcosa che la natura ha inventato per fermare i discorsi quando le parole diventano inutili” (Ingrid Bergman). Il padre non ha nulla da dire al figlio: il suo silenzio vale più di tante parole.

Come rendersi conto che ci si è persi in casa
Il fratello maggiore “si indignò e non voleva entrare”: egli elenca i propri meriti e parimenti i demeriti del fratello al padre, recriminando di non aver ricevuto mai nulla dal padre. “Figlio, tutto ciò che è mio è tuo”. In quei tempi biblici l'eredità veniva divisa fra i figli maschi, al primogenito spettavano due parti. Nel caso di questa parabola la proprietà era stata divisa in tre, col primogenito destinatario di due parti. Il secondogenito aveva già ricevuto la sua parte e perciò tutta la proprietà del padre sarebbe stata ereditata dal figlio maggiore. Il padre, con umiltà e pazienza, conferma questo al figlio per rassicurarlo del suo dovuto.

“La parabola sottolinea che, ragionando così, anche il figlio maggiore si allontana e resta fuori di casa, come il fratello più giovane. Perciò, il Padre che, «commosso», era corso incontro al figliol prodigo, ora esce di nuovo incontro al figlio maggiore. Con quel suo gesto di bontà, il Padre spiega a entrambi, che il suo amore per loro è gratuito. Non esiste un diritto all’amore, un diritto che si possa acquisire o perdere. Dio ci ama non perché noi lo meritiamo, ma perché lui è buono e ci ama gratuitamente. Di conseguenza, come il figliol prodigo non ha perso l’amore del Padre allontanandosi da lui, così neppure il figlio maggiore ha diritto all’amore del Padre perché non si è allontanato. Nel medesimo errore cadiamo anche noi figli della Chiesa, quando pensiamo di non aver bisogno di misericordia, quasi che andando a Messa la Domenica, ricevendo i sacramenti, facendo qualche opera buona, abbiamo acquisito il «diritto» alla salvezza.


AVVISI

Lunedì 13 settembre 2010

  • ore 19.00 Liturgia della Parola ore 19.00

Martedì 14 settembre 2010

  • ore 19.00 Liturgia della Parola ore 19.00

Mercoledì 15 settembre 2010

  • ore 19.00 Liturgia della Parola ore 19.00

  • Incontro con i pellegrini che partiranno per il pellegrinaggio in Russia il prossimo 27 settembre, ore 19.00.

Giovedì 16 settembre 2010

  • ore 8.30 Celebrazione eucaristica.

  • Pomeriggio visita a Madre Lidia ad Avella, partenza ore 14.30 da piazza F. Baldi.

Venerdì 17 settembre 2010

  • ore 19.00 Liturgia della Parola ore 19.00

  • Incontro con i pellegrini che partiranno per il pellegrinaggio in Russia il prossimo 27 settembre, ore 19 ad Amalfi

Sabato 18 settembre 2010

  • ore 16.30 Incontro soci del Centro Anziani “Anni Verdi”

  • ore 17.00 Incontro Ministranti

  • ore 19.00 Celebrazione Eucaristica.

Domenica 19 settembre 2010

  • Celebrazioni Eucaristiche 9.30, 11.00, 19.00

  • Matrimonio Avagliano Giuseppe - Montella Stefania ore 11.00

“Preghiera di un padre”
di Douglas McArthur
 

Dammi Signore, un figlio che sia così forte da sapere quando è debole, e così coraggioso da vergognarsi davanti a se stesso quando pecca.

Dammi un figlio che non desideri solo, ma che agisca, un figlio che ti conosca e che impari a conoscere se stesso: questa è la pietra di volta della saggezza.

Conducilo, ti prego, non per il cammino dell'ozio e delle comodità, ma mettilo sotto il pungolo delle difficoltà e il peso dei problemi. Insegnagli a mantenersi saldo nella tempesta e ad avere compassione di quelli che falliscono.

Dammi un figlio il cui cuore sia trasparente e il cui sguardo sia rivolto in alto; un figlio che sappia governare se stesso senza pretendere di governare gli altri; che sappia camminare verso il futuro senza mai dimenticare il passato.

Donagli umiltà per ricordare sempre la semplicità della vera saggezza e la mitezza della vera forza. Allora, io, suo padre, potrò dire: Non ho vissuto invano.

 

 

 

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